Il movimento dei critici di Internet è sempre più nutrito. Non esiste, com’è giusto che sia, un consenso generalizzato e privo d’interrogativi per quella che viene celebrata da varie parti come la più importante invenzione del ventesimo secolo. Molti sociologi e saggisti ne hanno saputo tratteggiare i lati oscuri, quasi per operare un monito nei confronti di chi è abituato a recepire i new media come oro colato.

Tra i tanti, Eli Pariser si è da poco messo in luce con un testo dal titolo già controverso: “Il filtro. Ciò che Internet ci nasconde”. Statunitense, attivista  politico di area democratica, Pariser nella sua giovane carriera ha già saputo mettere in fila una serie di progetti ed esperienze Web che lo hanno portato, da non-tecnico, a formulare possibili scenari non-democratici per la madre di tutte le Reti.

Il filtro. Ciò che Internet ci nasconde.

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I timori palesati dall’autore partono da un dato di fatto, ovvero dalla sempre più spiccata personalizzazione del Web nei confronti dell’utente. Non si trovano più risultati uguali nei motori di ricerca, gli annunci pubblicitari online sono sempre più legati ai nostri gusti ed esigenze e tengono conto della nostra navigazione mediante i cookie. Qual è il motivo di questo trend? L’esigenza sempre più esasperata, per i big player come Google, Facebook, Amazon ma non solo, di raccogliere sempre più dati personali, profilando gli utenti e riuscendo a ricavare introiti dagli inserzionisti e dai click degli utenti sugli ads.

Motivazioni puramente economiche, quindi, giustificate dalla paura di finire in un’altra bolla finanziaria come quella delle dotcom di fine anni Novanta, ma che sta generando un cambiamento evidente nella user experience. Il Web che ci viene propinato durante la nostra navigazione è in qualche modo “filtrato” dalla profilatura che, volenti o nolenti, subiamo quotidianamente utilizzando gli stessi prodotti.

Non vediamo tutto, e siamo portati a veder sempre meno dal fatto che il principale motore di ricerca esaudisce la nostra curiosità con i risultati della prima pagina, comunicandoci ciò che volevamo già sentire: i siti che abbiamo già visitato, i contenuti degli autori che seguiamo o già apprezziamo sui rispettivi blog, quelle consigliate dai nostri amici sui social e così via. Un cerchio che si stringe, un circolo vizioso che partendo dall’ingresso di Internet in un’età “matura” ne paventa però un destino opposto a quello sperato dai pionieri.

Un Web per utenti “passivi”, un Web che attraverso le sue multinazionali seleziona contenuti e notizie da mostrare alla gente, uccidendo la libera stampa e la democrazia, un paradosso per un mondo in cui chiunque è teoricamente in grado di pubblicare le proprie opinioni.

Eccesso di dietrologia oppure solo una sincera paura di rovinare, sull’altare del business, qualcosa di realmente rivoluzionario?