Qual è il bello di Internet, quello per cui si è diffuso soprattutto inizialmente? Il fatto che si tratti di una miniera d’informazioni d’ogni genere, superficiali o dettagliate, in larga parte (non sempre) credibili, ma soprattutto gratuite. Non c’è niente da fare, la maggior parte delle risorse rese disponibili sul Web non prevedono pagamento di alcunché, ed è questo spirito che pervade (e ha reso vincente) questo canale di comunicazione interattivo.

C’è però un’altra chiave di lettura su questo “donare” a sconosciuti, ed è quella che Marco Aime e Anna Cossetta hanno operato nel loro saggio “Il dono al tempo di Internet”, dove i due autori si cimentano nel rielaborare la teoria del dono di Marcel Mauss ai tempi del Web 2.0. Il sociologo francese, in una celebre pubblicazione del 1923, aveva definito il dono come un reciproco scambio che crea relazione umana e sociale: noi doniamo con la (più o meno implicita) consapevolezza di ottenere un beneficio (un altro dono, un favore…) in cambio.

Un approccio alquanto smaliziato, direte. Perché non applicarla al nostro mondo digitale? Tante informazioni, articoli, software, contenuti multimediali, notizie che possiamo avere senza spendere una lira. Tutto molto bello, ideale aggiungeremmo, magari mosso da spinte di utopia collettiva (basti pensare al caso di Wikipedia), ma dov’è il “trucco”? Nell’Era della Rete il concetto della reciprocità relazionale di Mauss si perde nell’asettica “distanza” virtuale, e viene sostituito da qualcosa di molto simile ad un “semino ora per veder crescere dopo”.

Sono tanti i possibili ritorni “indiretti” che si possono avere donando su Internet: autorevolezza e visibilità, innanzitutto, qualità che contribuiscono a “vendere” altro. Se leggere un blog è gratuito, perché esistono i blogger professionisti? Il concetto si estende anche ad altri ambiti di Internet: pensate al software libero e ai numerosi programmatori che lo rilasciano e lo aggiornano costantemente, senza essere pagati. La maggior parte si mette in luce e poi viene assunta in qualche grossa software house, “saltando la barricata”.

Di esempi ve ne sono molteplici all’interno del saggio, e ci aiutano a comprendere maggiormente Internet e la sua natura, in una prospettiva piuttosto equilibrata, lontana dai facili entusiasmi ma anche dalle aspre critiche nello stile di Geert Lovink.