Finora Internet ha sempre assunto un ruolo tecnologico di stampo prettamente informatico, che si è evoluto nell’ultimo decennio verso il “mainstream”, quindi popolare ed accessibile a tutti (non soltanto ai nerd oppure ai geek della situazione), ma che ha comunque continuato ad occupare una parte più o meno limitata delle nostre vite: lavorativa, d’intrattenimento, negli ultimi tempi anche quella sociale e di comunicazione.

Quel che è stato teorizzato (sul finire degli anni Novanta) riguarda l’apertura di Internet a più o meno tutti gli oggetti creati dall’uomo, una sorta di internet delle “cose” che dovrebbe rappresentare la naturale evoluzione nell’espansione della connettività, dopo i luoghi e le persone, come ben rappresentato in questo grafico realizzato da Ericsson.

Gli esempi sono innumerevoli: dalle automobili agli elettrodomestici, gli orologi come i sanitari, e così via. Tutti connessi alla Rete ed interfacciabili, configurabili, controllabili mediante essa. Quel che sembra una mera questione di crescita (e di tempo per completarla) merita invece più di una riflessione in termini infrastrutturali, sia con metriche qualitative che quantitative.

L’identificazione – L’idea iniziale era di far identificare ogni dispositivo utilizzando il rispettivo EPC (Electronic Product Code), quindi mediante dei tag RFID (Radio-Frequency Identification). Il recente roll-out dell’IPv6 ha invece fornito una possibile infrastruttura dalle dimensioni (3,14 x 10^38 indirizzi) necessarie e sufficienti per poter coprire l’intera Rete.

I protocolli – Con un’infrastruttura di questo genere (si parla di 24 miliardi di dispositivi connessi per il 2020) è inevitabile che sussistano differenti modalità di accesso (leggi: protocolli). Wi-fi, Bluetooth, ZeegBe, e soprattutto la pletora di frequenze supportate dalle varie generazioni di reti mobili. Il roaming (saltare da una rete all’altra a seconda degli spostamenti tra zone servite da differenti providers) è attualmente possibile soltanto in presenza di espliciti accordi commerciali tra gli operatori coinvolti, che di solito utilizzano la stessa tipologia di piattaforme M2M (Machine to Machine): come può essere superato questo limite? Sicuramente coinvolgendo tutti gli enti internazionali più autorevoli nella stesura di standard unificati, dall’ETSI (European Telecommunications Standard Institute), passando per il TIA (Telecommunications Industry Association) e l’ATIS (Alliance for Telecommunications Industry Solutions).

La sicurezza – La sfida più pressante, però, sembra essere quella presentata nell’ambito della sicurezza. E’ ovvio che una Internet così ampia e ramificata, penetrante nelle nostre esistenze, non possa essere trattata con certe “leggerezze” di cui talvolta siamo testimoni, soprattutto nel settore retail. I limiti sono essenzialmente due: la frammentazione nei formati di comunicazione e crypting, e le risorse hardware dei singoli nodi, che non potranno essere sempre all’altezza di quelle attuali (PC, tablet, smartphone…). D’altro canto, questi stessi limiti possono rappresentare una salvaguardia da un’esposizione ad attacchi di tipo DoS.

La privacy – Altro tema molto delicato: in uno scenario così dipinto, definire gli owner e gli autorizzati all’accesso di una complessa e fitta dose di dati personali (dall’anagrafica fino alla posizione, alle transazioni e così via…) è un passo cruciale. Pensate a situazioni nelle quali queste informazioni siano necessarie per delle indagini giudiziarie. O semplicemente alla gestione e alla visibilità di suddetti dati. Perché l’Internet of Things, l’era del “sempre connesso” non si trasformi in un Big Brother…