La notizia della morte di Davide Bowie ha sconvolto tutto il mondo della musica e non solo. Internet, e i social in particolare, si sono trasformati in un’enorme fucina di condivisioni di contenuti, in larga parte multimediali, riguardanti l’enorme carriera musicale e cinematografica del Duca Bianco.

Noi vogliamo ricordarlo presentandovi gli album irrinunciabili, quelli di cui non potete proprio fare a meno.

Hunky Dory (1971). Il primo grande album, dopo gli esordi di Space Oddity e The Man Who Sold The World. Pop scanzonato, atmosfere malate alla Velvet Underground, folk d’ascendenza dylaniana impreziosiscono un disco che celebra il mito socio-culturale americano attraverso una galleria di personaggi: da Frank Zappa a Bob Dylan, da Lou Reed a Walt Disney e Andy Warhol. Acquistalo qui

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972). Capolavoro Glam, una delle opere più importanti della storia del rock, un concept-album su ascesa e (auto)distruzione di un “plastic rocker”. E’ lui “l’uomo che cadde sulla terra”, il messia di una rivoluzione rock che dura una stagione sola, il tempo che passa tra la sua ascesa e la sua caduta. E in questa parabola c’è tutta la rappresentazione dell’arte e del messaggio di Bowie: la messa in scena del warholiano “quarto d’ora di celebrità”, l’edonismo morboso di Dorian Gray, la parodia del divismo e dei miti effimeri della società dei consumi e, non ultimi, i presagi di un cupo futuro orwelliano. Acquistalo qui

Station to Station (1976). Spesso dimenticato, è stato un album-ponte tra le principali fasi-musicali di Bowie. Da Ziggy si passa al Duca Bianco, centrando in pieno il bersaglio, amalgamando il rock chitarristico con l’elettronica, il battito caldo e primitivo della afro/black music con i gelidi synth dei tedeschi Kraftwerk e Neu!. Acquistalo qui

Low (1977). Segna la rinascita di Bowie, arrivato a un passo dalla morte per cocaina, e l’inizio della trilogia “berlinese” e della collaborazione con Brian Eno, sebbene in questo episodio sia ancora marginale. Estremamente sperimentale, Low è infatti un disco che si esprime anzitutto coi suoni: la maggior parte dei brani sono strumentali, e nei pezzi cantati i testi sono spesso solo piccole pennellate su uno scenario già delineato. Acquistalo qui

Heroes (1977). Inebriante allucinazione, tra onirismi, sonorità ambient, sintetizzatori e vibrazioni visionarie, Heroes lascia trapelare qua e là anche qualche raggio di luce (la title-track, ad esempio), laddove Low era assai più crepuscolare. Ma restano le atmosfere d’avanguardia – tese, claustrofobiche, glaciali – e la stessa ripartizione della scaletta che pone quasi tutti i brani cantati sul primo lato e gli strumentali sul secondo. Acquistalo qui

Lodger (1979). Chiusura della trilogia berlinese, pur ripiegando su una forma-canzone più convenzionale, si pone come il logico coronamento di quella ricerca sull’ethno-music solo abbozzata nei capitoli precedenti. Acquistalo qui

Let’s Dance (1983). Con l’apertura del nuovo decennio, Bowie non è rimasto a guardare, attuando l’ennesima trasformazione, diventando una specie di santone per il movimento new romantic tanto quanto lo era stato per la new wave. A scandalizzare la critica fu l’idea che un artista d’avanguardia potesse darsi così sfacciatamente alla più frivola delle branche musicali: la dance. Che si trattasse però di musica da ballo di gran classe ci sono pochi dubbi. Acquistalo qui

Outside (1995). Dopo almeno un decennio di crisi artistica, la rinnovata collaborazione con Brian Eno segna una rinascita del dandy. L’album è in effetti una sorta di compendio delle sperimentazioni elettroniche di Bowie, aggiornate ai suoni del nuovo decennio. E’ un lavoro discontinuo, ma ambizioso, complesso. Acquistalo qui

Blackstar (2016). Dopo altri momenti di buio creativo, gli anni Dieci hanno visto un Bowie di nuovo convincente. Questo Blackstar, soprattutto, sembra veramente valido, oltre che un esplicito testamento artistico di uno dei più grandi rocker di sempre. Acquistalo qui

  • Claudio Stefanini

    L’incompreso del secolo allora è Scary Monsters, per me tra i suoi capolavori.