Non è un periodo facile per i professionisti SEO, perlomeno per coloro che hanno sempre inteso (sbagliando) questa disciplina come composta di rigide ed immutabili regole. Alcuni di questi fondamenti erano sempre stati carpiti come dogmatici: il backlink, le keywords, i title, il nome del dominio…i cambiamenti, in particolare quelli apportati dagli ultimi aggiornamenti dell’algoritmo di Google, stanno mutando un po’ tutti questi aspetti:

  • Backlink: sono ancora importanti fattori per il ranking SEO, ma il Penguin Update ha messo sotto la lente d’ingrandimento i link considerati non “spontanei”, di fatto minacciando di penalizzazione le numerose pratiche Black Hat che venivano effettuate a riguardo.
  • Keywords: Google non apprezza più tanto i siti sovra-ottimizzati per le parole chiave, e ignora da anni l’omonimo meta tag.
  • Title: è ancora molto importante, ma occhio ai duplicati!
  • Nome del dominio: l’EMD Update ha di fatto depotenziato molti siti con domini pieni di keywords strategiche “a corrispondenza esatta”.

Cosa abbiamo lasciato fuori da questa lista? Avete ragione, l’anchor text, elemento fondante di qualsiasi strategia di link building. Ebbene, sembra che qualcuno stia veramente pensando a togliere un po’ di peso anche all’anchor text, se addirittura l’autorevole Rand Fishkin si è spinto a fare una previsione in tal senso.

Che succederebbe infatti alle nostre convinzioni, se nelle SERP ritrovassimo dei risultati non strettamente correlati alle keywords presenti nelle nostre query? Prendiamo i casi utilizzati da Rand.

Per la query “backlink analysis” abbiamo il seguente risultato al terzo posto delle SERP:

Come potete notare, la nostra query non è presente né all’interno del title, né all’interno del dominio. Certamente, possiamo ritrovarla all’interno della snippet come alt text di un’immagine, ma si tratta di un’ottimizzazione parziale e non decisiva.

Peculiare, non trovate? Ma abbiamo ancora un appiglio, tra i nostri vecchi dogmi SEO: l’anchor text, appunto. Una pagina può scalare il ranking di Google se viene referenziata da altri siti con l’anchor text corrispondente alla query di ricerca. Tutto vero, il problema è che in questo caso (Fishkin lo sa bene, visto che Open Site Explorer è un tool fornito proprio da SEOmoz) la URL non viene praticamente mai linkata con “backlink analysis”.

Dov’è il trucco? Non si tratta di qualche strategia Black Hat utilizzata dal buon Rand, bensì Google sta semplicemente diventando più “intelligente” nella sua opera di parsing ed indicizzazione delle pagine, e all’interno del suo progetto “Knowledge Graph” verosimilmente riesce a catturare le semplici citazioni all’interno dei contenuti. Per questo, dato che è realistico pensare che quando si parla di backlink analysis il tool di SEOmoz venga citato frequentemente, Google ne “premia” l’autorevolezza con un ranking piuttosto elevato.

Questo non significa certo che è già possibile fare a meno di una strategia SEO sugli anchor text, ma in futuro basterà essere citati per avere visibilità. Si tratta al momento di una sola ipotesi, ma che potenzialmente porterebbe al superamento dei concetti di PageRank, TrustRank e AuthorRank che dir si voglia.