Ho scritto più volte su Foursquare. Nonostante lo scetticismo di molti, soprattutto in Italia, l’ho sempre considerato un prodotto interessante, non il classico clone social di qualcosa, senza capo né coda. Il fascino e l’unicità del progetto presieduto da Denis Crowley risiedevano in tre fattori-chiave:

  • Geo-localizzazione: Foursquare è sempre stato un ottimo prodotto per tracciare la propria posizione tra i luoghi frequentati. Reduci dall’esperienza di Latitude, Crowley e i suoi hanno creato una app precisa ed efficace, con un database che è cresciuto in fretta grazie alla community mondiale. In tal senso, Foursquare è diventata per molti, anche in Italia, l’applicazione da utilizzare per far sapere agli altri dove ci si trova, condividendo i propri check-in anche su piattaforme più mainstream come Facebook o Twitter, entrambe dotate di un sistema interno di localizzazione, poco usato.
  • Consigli: lungi dall’essere un portale di recensioni all’altezza di Yelp o TripAdvisor, Foursquare ha sempre chiesto ai propri utenti di esprimere opinioni o consigli sui luoghi visitati. Unire la propria posizione alle opinioni ha creato nel tempo un potente strumento di local discovery che forniva in tempo reale dei consigli all’utente su cosa visitare nei dintorni di dove si trovava.
  • Social: infine, Foursquare ha comunque sempre mantenuto un’anima social. Amicizie tra utenti, ma soprattutto i check-in e i punteggi legati all’attività. La gamification è importante nel mondo del web-marketing, e Foursquare ha cavalcato per anni questa tendenza, con le classifiche, le mayorship, e i badge.

Qual era il problema, allora? Le revenue, ovviamente. Pur avendo una fan base crescente e solida (50 milioni di utenti nel mondo, dato di maggio 2014), Foursquare ha sempre faticato a monetizzare.Col tempo sono state create le pagine per gli esercizi commerciali, le inserzioni, la possibilità di promuovere offerte dedicate agli utenti nelle prossimità del negozio. Nulla di significativo, e il fatto di aver compiuto cinque anni senza l’ombra di un break-even deve aver spinto la dirigenza a dare il via ad una rivoluzione di prodotto.

Ecco che a maggio vede la luce Swarm, una nuova app. Mentre all’inizio non vi era alcun obbligo d’installarla, pur essendo pesantemente pubblicizzata durante ogni check-in effettuato su Foursquare, da qualche giorno la rivoluzione è fatta. I check-in sono stati migrati su Swarn, mentre la parte di local discovery è rimasta sulla app principale. Il succo è questo: per ottenere più o meno le stesse funzioni di prima bisogna avere due app installate, anziché una.

Come è stata motivata questa scelta? Crowley ha spiegato che alcuni report interni hanno dimostrato come la maggior parte degli utenti usi soltanto una delle due funzionalità (check-in oppure local discovery), sono pochi quelli che le usano entrambe. Lo scopo di questa separazione è dunque quello di un enhancement delle due app verticali, con conseguenti maggiori possibilità di business.

Mossa corretta? Secondo me no, e per due motivi:

  • Confusione: uno degli aspetti peggiori di Facebook in versione mobile era (ed in parte è ancora) quello di costringerti ad usare una pletora di app per gestire le varie funzioni (social, messaggi, pagine, luoghi…). Lo stesso vale per Foursquare: avere due app è un peggioramento della user experience, soprattutto dal momento che Swarm è ancora pieno di bug e imprecisioni, sia nella localizzazione delle venues, sia nel tracciamento.
  • Banalizzazione: l’unicità di Foursquare va a farsi benedire. Prima avevo un prodotto unico, ora ho un geo-social molto fine a se stesso (Swarm) che prova a “spingere” la componente social con i cosiddetti “plan”, una sorta di eventi-appuntamenti tra utenti che finora ho visto usare in rarissimi casi. L’app-madre, invece, è ora a tutti gli effetti un local-discovery come Yelp o Tripadvisor, quindi un prodotto nuovo che ricade pienamente in una nicchia ad alta concorrenza, e che deve rincorrere gli altri dal basso di una base-dati di recensioni e profilazioni non all’altezza. In questo senso Foursquare promette di spingere ancor di più la profilazione dei gusti degli utenti così da fornire consigli ancor più interessanti.

Ecco, ritengo che la nascita di Swarm segni la fine, dopo cinque anni, di Foursquare come l’abbiamo conosciuto, e rappresenti una sorta di “bandiera bianca” sulla sostenibilità di business dell’intero progetto fondato da Crowley. Il tempo saprà dirci, ma i presupposti per un “rompete le righe” o per un’acquisizione da parte di qualche Big ci sono tutti.