Twitter è una piattaforma social eccezionale. Semplice, immediata, offre molti livelli d’interazione e permette a varie tipologie di utenti d’informarsi, informare e scoprire nuovi ambiti in appena 140 caratteri.

Twitter viene considerato per dimensioni il secondo social network del mondo, dietro Facebook, in un contesto dove i numeri sono tutto, perché sono la leva per giustificare altri numeri ($$$). Qualcuno maligna che gran parte degli account siano fake o inattivi, ma in questa sede ci limitiamo a riportare questo dato di fatto.

Twitter è unico perché ha creato un suo modo di comunicare, così come hanno fatto gli SMS nell’epoca della telefonia cellulare. Gli hashtags, le mentions, i retweet, i topic trend, sono tutti elementi che sono stati ripresi dagli altri social in quanto erano già noti e famigliari all’utenza digitale. Perché li aveva introdotti Twitter.

Twitter ha dato vita ad un eco-sistema di startup, tools, applicazioni e partnership mostruoso. Il numero è incalcolabile, resta comunque indubbio che Twitter è un social che è possibile frequentare integralmente senza passare dal sito o dalla app ufficiale. Ed è proprio questo il problema.

Il problema è che Twitter non genera revenue sufficienti rispetto a quanto traffico ed interazioni muove. Perlomeno, non quanto la dirigenza, capeggiata dal CEO Dick Costolo, si attenderebbe. Quali sono i punti attualmente all’attenzione? Almeno tre.

  • Il poco tempo passato su Twitter: la presenza di innumerevoli applicazioni che sfruttando le API di Twitter ne visualizzano il feed al di fuori dello stesso fa perdere senso (e valore) a prodotti di advertising a pagamento come i Tweet e gli account sponsorizzati
  • L’utilizzo delle API: Twitter prevede che entro una certa soglia, l’accesso alle proprie API sia gratuito. Quanti sono i client che superano la soglia e con i quali Twitter condivide parte dei ricavi? Abbastanza, forse, ma il gioco vale la candela?
  • Se è vero che Twitter ha contribuito al successo di molte applicazioni che attingono alla sua piattaforma, non è possibile affermare anche il contrario? La semplicità non è stato forse uno specchietto per le allodole per “evitare” un’evoluzione del prodotto che avrebbe reso meno “necessarie” altre soluzioni?

Le prime mosse di Twitter hanno riguardato un partner “storico”, Linkedin. L’azienda di Costolo non permetterà più l’esportazione dei tweet verso il social dei professionisti, mentre sarà ancora possibile il flusso opposto. Soluzione drastica? Forse, ma Twitter ha finora subito molte cocenti delusioni (l’esclusione dalle SERP di Google dopo il lancio di Plus, l’acquisto di Instagram da parte di Facebook), e questo potrebbe essere veramente il primo passo di un’effettiva evoluzione del prodotto.

Con che esiti? Difficile dirlo, sicuramente l’attuale business model di Twitter non regge il confronto con altre aziende che utilizzano largamente la sua piattaforma.

Hootsuite – Di social platform ce ne sono molti, ma non è esagerato affermare che Hootsuite sia il più noto. Permette di leggere e scrivere sulle principali piattaforme social, offrendo delle funzioni interessanti come la schedulazione dei post, e la customizzazione dei feed. Eccellente soluzione anche per i professionisti del settore, propone infatti un pacchetto premium, con funzionalità avanzate soprattutto a livello di reportistica.

Klout – Ha introdotto il concetto di influencer, aspirando a misurare quanto e per quali argomenti un utente dei social influenza gli altri. Consente di collegare la grande maggioranza degli account, ma fino a pochi mesi fa contava quasi esclusivamente su Twitter per le proprie statistiche. Molti brand cercano i social influencer per convincerli a parlar bene dei propri prodotti/servizi, e Klout li mette in contatto con le persone giuste: a pagamento, chiaramente.