Se Google apre i negozi…

Negli ultimi giorni sta emergendo, sempre più convinta, l’ipotesi che Google sia in procinto di aprire i suoi primi store fisici, entro la fine dell’anno, negli USA. E’ come se il mondo si ribaltasse, tutto d’un tratto, e i ruoli a cui ci siamo abituati in quest’era tecnologica venissero meno, lasciandoci solo più confusi.

Da quand’è nata, nel 1998, Google ha incarnato l’immagine ideale di un’azienda di servizi Web. I migliori, riconosciuti universalmente, spaziando dalla ricerca (core-business), alle e-mail, alle mappe, ai video (YouTube), e così via. Un’azienda di servizi incrementa i propri introiti sull’erogazione degli stessi, e solitamente ottiene dei guadagni indiretti (advertising). La forza di un’azienda del genere, quindi, risiede nella continuità e nella qualità del servizio, e non è basata sul singolo evento (la vendita).

Perché un’azienda come Google, leader del settore, dovrebbe cambiare, o anche semplicemente ampliare, il proprio mercato, snaturandosi? Perché siamo (ancora) in una società capitalistica, dove la Borsa chiede sempre alle società quotate di produrre dei forecast positivi, dove dei risultati di bilancio deludenti comportano pesanti cadute degli stock prices, dove le scelte di portfolio vengono decise più dai finanzieri che dal marketing.

I margini di guadagno di Google sul settore Web “canonico” si stanno assottigliando, è impossibile negarlo. Sarà che si cerca sempre di più usando il Mobile, sarà che come ho scritto qualche giorno fa stanno prendendo piede i motori di ricerca “verticali”, ma l’esigenza di diversificare il proprio business model dipendendo sempre meno dalla ricerca (90% delle revenue, finora) diventa ogni giorno più impellente.

Per loro fortuna i due fondatori, Brin & Page, sono persone avvedute e ben consigliate (Eric Schmidt); l’acquisto di Android si è rivelato lungimirante nel lungo termine, ma non sufficiente. Ecco perché Google vuole iniziare a produrre uno smartphone da sé, e soprattutto desidera aprire una catena di negozi. Il disastro distributivo avvenuto con il Nexus 4 ha insegnato molte cose, dalle parti di Mountain View.

Sì, Google vuole diventare anche un’azienda di prodotto. Come Apple che, d’altro canto, sta cercando con fatica di diventare anche un’azienda di servizi. Come Amazon che, non è un mistero, è già entrambe le cose. La diversificazione del business è una “malattia” contagiosa, alla quale pare per ora immune Facebook, meno matura o forse con un destino meno brillante di quel che si credeva.

Di tutti nomi citati, comunque, Big G appare quello con una marcia in più per portare a compimento la transazione con successo. Quanto rischia Apple?

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