La Rete è credibile?

Esiste un’ottima cartina di tornasole per capire se e quando un media è divenuto maturo: annotare il numero di polemiche, scandali o querelle che lo stesso genera. Esprimere dei lati oscuri certifica la perdita dell’ingenuità e di una sorta di “verginità” che sono caratteristiche dei fenomeni di nicchia prima di diventare mainstream, quindi popolari e di uso comune.

Da qualche tempo anche il Web non si sottrae a questi comportamenti: scambi di accuse, petizioni popolari, notizie che creano indignazione per poi rivelarsi delle clamorose bufale, e così via. “Colpa” dell’essere diventato un mezzo di comunicazione di elevato utilizzo, che spesso assume il ruolo di fonte delle notizie stesse, ma con una differenza sostanziale rispetto ai media tradizionali: Internet non è infatti soltanto un luogo d’informazione, ma è esso stesso un mercato (in costante crescita) dove tutti vendono qualcosa. Ci si può fidare?

La sindrome del “fake” – In Rete tutto è misurabile. Il traffico, innanzitutto, ma esistono metriche ben più interessanti come le interazioni, le opinioni, i consigli. Sul Web la “forza” di un contenuto, di un prodotto, di un servizio è data dal numero di condivisioni, suggerimenti, commenti positivi di cui esso è costellato. Maggiori credenziali esso si guadagna, più è probabile che riscontri successo (e più o meno direttamente vendite) nel percorso della promozione online. E’ un punto di snodo dove s’incontrano la visibilità e la credibilità, e dove la somma corretta delle due è vincente.

Mentre la visibilità è un concetto più quantitativo e legato al grado di penetrazione del Web, di conseguenza un obiettivo raggiungibile mediante varie metodologie in continua evoluzione, la credibilità è più qualitativo e sfuggente, perché legato a doppio filo con l’essere umano. Come può un utente capire se è lecito fidarsi, dato che non conosce personalmente la persona/prodotto/azienda/argomento con cui si relaziona in Rete? Deve fare affidamento sulle esperienze che altri utenti prima di lui hanno provato: in questa come in tante altre cose il mondo digitale non è altro che una trasposizione sintetica di dinamiche “reali”. Con la differenza che nel Web non si può essere certi su chi (o “cosa”) c’è dietro l’altra tastiera.

Il meccanismo innescato all’epoca del boom di Ebay si basava fortemente sul cosiddetto feedback, ovvero il riscontro dato sia dal venditore che dal compratore al termine della transazione. Chiaramente, il venditore che aveva più feedback (possibilmente al 100% positivi) otteneva anche il maggior numero di vendite rispetto soprattutto a dei neofiti con l’account azzerato. Cominciarono dunque a svilupparsi dei fenomeni di compravendita o “pulizia” dei feedback, operati da “agenzie” specializzate in questa attività. Paradossalmente, gli utenti finivano col fidarsi di venditori in base a dei dati truccati, e si trovavano alla mercé di personaggi del tutto inaffidabili, con l’elevato rischio di subire truffe o vendite insoddisfacenti.

Fingere (o millantare) dei crediti falsi. E’ un’attività che molti svolgono anche nella vita reale, e non è un caso che il fenomeno si sia riverberato anche nei social network, dove il guadagno “materiale” è meno evidente, ma rientra più che altro in una questione di “immagine”. Da qualche tempo è infatti esploso lo scandalo dei fake followers su Twitter, acceso da alcune ricerche su account di personaggi come Beppe Grillo e altri VIP e politici italiani. La massa è cascata dal pero, ma tra le persone più “navigate” del Web la rivelazione è sembrata un po’ come la scoperta dell’acqua calda. Non solo è nota da tempo l’esistenza di account inattivi oppure spam sul social di Jack Dorsey, ma anche in quest’ambito esistono delle “agenzie” che per tariffe piuttosto accessibili (20, 30, 50 dollari o poco più) promettono di aggiungere centinaia o migliaia di follower. Cosa ci si “guadagna” ad avere tanti follower falsi? Nulla in realtà, molti si unfollowano automaticamente poco dopo il pagamento, nessuno risponderà, leggerà o commenterà i tweet, resta il fatto che si tratta di mosse legate più che altro a mantenere uno status online paritetico a quello offline (ad esempio: un VIP importante non può avere meno di centomila follower, ne va del suo onore).

A quanto pare neanche un colosso come Amazon è immune a certi tipi di pratiche. Noto per offrire a molti aspiranti autori la possibilità di auto-pubblicarsi, il gigante retail di Jeff Bezos ha un sistema di ranking basato oltre che sulla rilevanza, anche sul numero di recensioni positive di un libro (o di qualsiasi altro tipo di prodotto). Da qui alla nascita di nuove “agenzie” dedicate alla stesura di recensioni pagate, il passo è stato assai breve. Vi fidereste più ad acquistare un libro convinti dalle lodi entusiastiche di altri lettori?

La diffidenza delle Borse – Tutto questo lo si paga, soprattutto se, a differenza di Amazon, non si vendono dei beni fisici. Non è un caso che molte aziende-fenomeno del Web (Groupon, Zynga, ma soprattutto Facebook) stiano pagando un dazio pesante dal loro ingresso a Wall Street. Chi investe in azioni vuole dati solidi, inoppugnabili, con previsioni che abbiamo un minimo margine di errore. Che numeri può fornire un social come Facebook? Un miliardo di utenti, pare. Ma quanti sono veri, quanti sono attivi? Il discorso cambia, forse drasticamente. Un conto è se viene minata la fiducia degli utenti, importantissima anche quella, tra l’altro. Ma se viene meno la fiducia degli azionisti, si chiudono i battenti. Senza se e senza ma.

Un’altra entità molto interessata a capire qualcosa di questi numeri è quella formata dagli inserzionisti. Quante persone “vere” posso raggiungere con una campagna di advertising? Quanto vale la pena spendere? Le tariffe proposte dalla piattaforma sono eque oppure sovraccaricate? Anche in questo caso stiamo parlando di introiti decisivi per la sopravvivenza di un’azienda Web, è pertanto di vitale importanza fornire le più solide garanzie sulla veridicità della propria base-utenti.

Censire è controllare? – Come si fa a dare maggiori garanzie? Cercando una non facile transazione da un Web visto come un teorico “porto franco” dalla società attuale ad un ambiente più regolamentato, una vera e propria versione digitale del mondo reale. Ecco perché Facebook o Google spingono affinché gli utenti utilizzino il proprio nome e cognome e non un nickname, oppure perché verifichino l’account, magari inserendo un numero di telefono cellulare.

Si tratta di operazioni che solitamente infastidiscono molto l’utenza che si sente in qualche modo violata nella propria privacy, e a cui in fondo piace tenere un velo di anonimato davanti a sé, sebbene assai ridotto rispetto ad un decennio fa. Stiamo comunque parlando di passi necessari per aziende come Facebook, nel difficile tentativo di “diventare grandi”, e di recuperare una credibilità dispersa tra i meandri di processi deboli e di un uso malevolo della Rete stessa.

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