di Stefano Cinquegranelli

In rete, molti attribuiscono un peso esagerato all’utilità della condivisione social.  Si dimentica (o si fa finta di dimenticare per coprire interessi economici) la reale scientificità e l’utilità degli studi sociali. Moltissimi sono gli elogi a Facebook, lo strumento che più di tutti appare in grado di avvicinare le persone avendo permesso molti “miracoli”. Chi trova moglie o ritrova lontani parenti e nostra figlia può ricevere i complimenti da quindici amiche in un sol colpo solo tre minuti dopo aver ricevuto la medaglia d’oro ai campionati di nuoto.

Niente più distanze. Solo tanto calore umano a portata di click. Questo strumento, come molti dei suoi siti simili, ha addirittura permesso di considerare superata la teoria dei sei gradi di separazione. Si tratta di una ipotesi formulata molto tempo fa e che è stata sfruttata ampiamente dai siti di social network. Venne presto iscritta in uno studio di psicologia sociale denominato, guarda caso “small world”. Secondo questa teoria, qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari.

Il primo sito social si chiamava, non a caso, sixdegrees.com. Chiuse rapidamente i battenti  ed oggi è dimenticato. Molti studiosi, anche italiani ed in tempi recenti, si sono affannati a dimostrare la veridicità della teoria dei sei gradi di separazione. Gli esperimenti (alcuni condotti anche in collaborazione con tecnici Facebook) sono giunti alla conclusione scientifica che gli intermediari sufficienti in realtà sono anche di meno di cinque.  Anche cinema e televisione, intuendo il fascino di questa scoperta, hanno portato avanti la loro offerta commerciale (si ricordano ad esempio Will Smith e Donald Sutherland in “Six Degrees of separation”).

Rallegriamoci dunque: da tempo sappiamo che se fra un mese chiunque di noi volesse almeno avere la certezza che il Presidente degli Stati Uniti abbia ricevuto di persona il nostro invito a raggiungerci alla pizzeria sotto casa, potrebbe riuscirci benissimo. Una conquista per l’umanità? E per quale categoria sociale? L’idea di fondo che gli amici di amici di amici siano probabilmente persone con le quali potremo andare d’accordo, uscire per un appuntamento e magari fidanzarci, al momento ha dimostrato unicamente che si voleva sfruttare a scopi commerciali, per mezzo degli  strumenti offerti dall’informatica, la naturale propensione umana alla condivisione (malgrado l’alto livello di conflittualità).

A tutti noi capita di conoscere persone nuove e venire a sapere che a loro volta conoscono certi nostri amici. Ma nella nostra frenetica smania digitale di consolidare i contatti, di mantenere i rapporti con le persone importanti della nostra vita, di certificare elettronicamente come importanti persone che da sempre avrebbero voluto esserlo, non capiamo più da che parte si trovi il reale vantaggio della condivisione e del contatto umano. Uno studio del sociologo del lavoro americano Mark Granovetter poi ripreso da diversi studiosi in anni recenti confermò che la maggior parte delle persone trova un nuovo impiego attraverso contatti personali, ma ha anche evidenziato, al contrario di quanto si possa presupporre, che l’informazione riguardante posti vacanti è normalmente fornita da persone con le quali abbiamo un rapporto casuale e che frequentiamo poche volte l’anno (lo studioso li identificò come weak ties, i legami deboli).

Ciò avviene in quanto amici intimi e parenti tendono a frequentare gli stessi gruppi sociali, dunque le informazioni che ricevono sono le stesse ed esse tendono semplicemente a sovrapporsi con quelle in nostro possesso. I legami deboli, al contrario, provengono da differenti circoli sociali, e sono per questo esposti a differenti fonti di informazione, potenzialmente più vantaggiose per la ricerca di un nuovo posto di lavoro. Senza Internet, niente Facebook ma senza Facebook le catene di conoscenza possono ugualmente continuare a sopravvivere. Quelle catene che origineranno i legami deboli, forse aumenteranno, se usciamo di casa anziché trascorrere il tempo a navigare sui social network. Viene in mente “Nessun uomo è un’isola” di John Donne, poeta inglese nato appena 432 anni prima di Facebook….una distanza maggiore dei sei gradi.

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