Il presente si chiama app, il futuro si legge responsive

Se Apple e Microsoft ancora discutono se si stia vivendo un’era post-PC o meno, i dati parlano chiaro: l’utilizzo di Internet da dispositivi mobili (smartphone, tablet ed ibridi vari) è in una fase di crescita talmente accentuata da non poter più essere trascurata. Soprattutto, non si può più trascurare l’eventualità di dare agli utenti le stesse chance di operare sui propri prodotti Web anche in mobilità, quindi effettuare acquisti, fruire i contenuti, cliccare sugli Ads, e così via.

Le strade finora percorse in questo senso sono state sempre le stesse: realizzare una versione mobile del sito, oppure creare una app da pubblicare nel relativo store (iOS, Android, o gli altri) e farla scaricare ed installare agli utenti. Sebbene sviluppare una app sia generalmente più costoso, la maggior parte delle aziende ha finora puntato in questa direzione, per alcuni significativi motivi:

  • Le web-app non riescono ancora ad accedere a tutte le feature del device (localizzazione, accelerometro, ecc…)
  • Realizzare una versione mobile del sito web costringe a supportare più o meno tutti i top-browser del mercato
  • Essere “trovati” dagli utenti, senza un app store centralizzato, può essere difficoltoso

Questo non significa che il mobile delivery mediante app sia un metodo ottimale, tutt’altro. I numeri parlano chiaro: sebbene sia vero che il 50% degli utenti pratica il download delle app, un’applicazione su quattro di queste non viene praticamente mai utilizzata, senza dimenticare che circa il 58%  degli accessi utente riguarda le cosiddette “top-50”, ovvero le applicazioni più popolari in assoluto, dato che si traduce in briciole per le rimanenti.

Oltre alle motivazioni più numeriche, non vanno dimenticati dei punti di debolezza tecnica:

  • Le applicazioni vanno aggiornate, e dato che gli utenti hanno libertà di farlo o meno, possono coesistere diverse user-experience, o persistere dei bug importanti
  • Bisogna comunque sviluppare e mantenere una versione per ogni piattaforma (iOS, Android, Blackberry, Windows Phone…)
  • Ogni Store ha le sue regole, che possono arrivare a bloccare la release della app (vedere Apple con i vari Whatsapp e soci)

Il punto in comune di entrambe le soluzioni è evidente: frammentazione. Di piattaforme, di browser, di dispositivi. E’ chiaro come nel mercato si tenda ad offrire all’utente la propria versione di un prodotto/servizio, con lo scopo di raccogliere la maggioranza di utenti/sottoscrittori. E’ altrettanto chiaro che sia poi l’esigenza dell’utente a decidere quale offerta sia migliore, e di solito il meglio è da ricercare nell’integrato. Perché integrato fa rima con comodo e semplice, quasi spontaneo. Per questo l’integrazione Apple fa tanti proseliti. Per questo l’integrazione e la multi-accessibilità dei servizi Google è una carta vincente. Perché non estendere questo concetto anche all’esperienza Web, ovvero renderla uniforme a prescindere dal client utilizzato?

E’ proprio questo lo scopo del nuovo HTML5 (ed in particolare del CSS3), ovvero rendere il design dei siti web “responsive”, adattabile alle dimensioni e alle caratteristiche del device che lo visualizza. In questa maniera qualsiasi tipo di utente, da chi usa il PC Desktop a chi accede mediante smartphone, potrà utilizzare lo stesso sito ed i relativi servizi offerti dal medesimo.

I vantaggi del Responsive Web Design (RWD) sono innumerevoli, ma il più importante resta il fatto che viene sviluppata un’unica soluzione, trasversale rispetto a OS e browser, con evidenti risparmi nei costi di gestione e di aggiornamento, l’utilizzo di un unico data-set e soprattutto di una sola strategia di marketing (campagne, Ads, e-commerce).

Molti big si sono schierati a fare del RWD, su tutti Google, che ha sottolineato il vantaggio tecnologico di non dover indicizzare duplici versioni di siti, ed il non trascurabile vantaggio anche a livello di web-marketing: URL uniche, da poter condividere e diffondere. Piano piano, in molti si stanno convertendo a questa tipologia di web-site, anche i più famosi CMS come WordPress, con temi “ad hoc”.

E voi, siete pronti al RWD?

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