Quanto valgono i tuoi contenuti?

La maturità dei social ha comportato un certo tipo d’evoluzione in questi prodotti. Dopo una prima fase espansiva e quantitativa, caratterizzata da una mera crescita numerica degli utenti, siamo da almeno un paio d’anni entrati in una fase qualitativa, la social media curation è ormai uno standard, dappertutto vediamo l’esigenza di filtrare e ordinare il “rumore” dei post condivisi dagli altri.

Anche un prodotto “confusionario” come Facebook si è adeguato a questa tendenza, adottando l’algoritmo Edgerank per ordinare i feed degli utenti, valorizzando o meno dei post a seconda di fattori più o meno comprensibili, che in molti casi hanno minato la visibilità di numerosi business sul social di Zuckerberg.

Cosa rende un contenuto speciale e virale? Si tratta di una questione più ardua da dirimere di quel che sembri, perché va oltre le semplici valutazioni quantitative, come gli attestati degli altri utenti in forma di preferenze e condivisioni; questo tipo di valutazioni vengono operato anche da prodotti come Google Plus, quando si usa una funzionalità come “What’s hot and recommended”.

E se invece fosse il social stesso a prendersi l’onere di definire un rating al contenuto dell’utente? E’ quanto sta accadendo su Twitter, perlomeno a livello di API per gli sviluppatori. Come indicato nel blog, nei prossimi giorni verrà rilasciato un aggiornamento che aggiungerà dei nuovi meta-dati per i tweet: gli attributi lang, che si occuperà di filtrare la lingua, e filter_level, che avrà appunto lo scopo di definire un certo tipo di “valore” dei tweet, distinguendo quelli “rumorosi” (con l’attributo valorizzato come medium e high) da quelli più contestualizzati (none e low).

Un semplice aiuto per chi sviluppa tool e software di terze parti? Forse l’intento iniziale è quello, ma quanto ci vorrà perché anche questo diventi un algoritmo per regolare la visibilità dei tweet, qualcosa di assai più evoluto di quello che al momento regola i top tweets?

I tempi sono maturi per il content marketing dedicato ai profili social, che fanno comunque parte dei cosiddetti owned media e che concorrono ad una strategia complessiva di visibilità, branding e non soltanto di mera viralità. Il rischio (ben noto) è che questi upgrade algoritmici si trasformino in un mero sistema per premiare i grossi inserzionisti a scapito delle piccole aziende, e che il mito del “si parte tutti alla pari” tramonti definitivamente, assieme al Web 2.0.

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