Italiani, popolo di startupper?

In Italia (come in gran parte dell’Europa) c’è la crisi. Il Bel Paese sembra ancorato ai suoi atavici limiti e difetti, che lo rendono sempre così retrogrado e ritardatario rispetto al resto del panorama occidentale (e non solo): c’è il digital divide, tecnologico per le colpevoli mancanze nel campo degli investimenti per la banda larga, generazionale per il basso grado di alfabetizzazione informatica delle persone non “native digitali”. In Italia mancano i soldi per gli investimenti, oppure (si dice che) non s’investe nel digitale e nell’innovazione, che è un po’ come dire la stessa cosa.

Eppure, in Italia è nato un florido movimento di startup tecnologiche, principalmente concentrate intorno al Web. Sarà che l’inventiva e la voglia di rischiare non ci hanno ancora abbandonato, resta il fatto che stiamo inanellando un numero consistente di ottime exit o comunque di refund di successo. Non sembra dunque un caso che un marchio così legato all’universo startup, Techcrunch, venga in Italia per promuovere una gara di programmazione con in palio la cifra (dalle nostre parti discreta) di 25000 euro.

Se un Big del genere atterra dalle nostre parti, quindi, è perché trova un eco-sistema già piuttosto consolidato: incubatori (M31, H-Farm), angel (Iban, Iag), acceleratori come SeedLab, e concorsi molto interessanti e ricchi di possibilità come Mind The Bridge e Working Capital di Telecom Italia. Soprattutto, ci sono molti success case, e non tutti legati al mondo della Silicon Valley, come molti potrebbero pensare. Non esiste il solo modello dell’italiano emigrante, se è questo che vi state domandando.

Glancee è stata la startup italiana a fare più rumore, quest’anno, vuoi perché è stata acquistata da Facebook, vuoi perché l’acquisizione è stata completata dopo quella di Instagram e poco prima di andare in Borsa. L’acquisizione ha rappresentato una svolta professionale per Andrea Vaccari e soci, in quanto ha significato entrare nel team di Zuckerberg: una sorta di “periodo di prova” o di CV interattivo che è valso ben più di quello cartaceo. Glancee rappresenta anche il tipo più comune di startup, ovvero quella per la quale la exit strategy prevede la chiusura del progetto, applicazione o portale che esso sia.

Sebbene alcuni non la considerino una vera e propria startup, anche Jobrapido ha avuto il suo momento di gloria, con l’acquisizione da parte al gruppo editoriale inglese DMGT per 30 milioni di euro. I motivi d’orgoglio per il fondatore Vito Lomele sono innumerevoli: l’aver fatto tutto da Milano, senza emigrare, arrivando a diventare il numero due mondiale del settore, in un’epoca (l’azienda ha iniziato nel 2005) dove era assai difficile ottenere aiuti o finanziamenti, in quanto il tema non era “caldo” come lo è adesso.

Al pari di Twitter, anche Instagram ha generato una gran mole di applicazioni terze-parti che sono andate ad ampliarne le funzionalità sfruttando le API messe a disposizione dalla creatura di Systrom. Una delle più note è sicuramente Followgram, creata circa un anno fa da Fabio Lalli e Lorenzo Sfienti, che consente agli utenti del popolare photo-sharing social di crearsi una propria pagina personale corredata di vanity URL. Followgram ha sicuramente colmato una lacuna, tanto da essere addirittura consigliata da Instagram e dall’aver superato il mezzo milione di utenti, molti dei quali hanno anche collegato il proprio sito/blog alla pagina.

In un periodo “difficile” per le applicazioni terze-parti (soprattutto per quelle basate su Twitter), Followgram sembra aver già superato il suo papà, almeno nella monetizzazione. L’introduzione degli account PRO (24€ all’anno), il coinvolgimento di numerosi brand hanno consentito ai due founder di pavimentarsi una possibile strada indipendente, soprattutto se Instagram dovesse essere inglobato da Facebook oppure tagliare i “rifornimenti”. Il tutto per fare quindi in modo che il progetto non resti “solo” una startup…

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  • Fabio Lalli

    Grazie per la citazione Enrico.

    Penso che, e ne sono veramente convinto, la situazione in Italia stia cambiando piuttosto velocemente: stiamo acquisendo consapevolezza, attenzione e soprattutto una maggiore focalizzazione su alcuni temi, problematiche e metodologie.

    Ogni cambiamento ha bisogno di tempo affinchè si realizzi completamente (sempre che esista un cambiamento definitivo…) ed il primo ostacolo è sempre quello culturale e le barriere emotivo/psicologico/sociali di fronte ad un cambiamento sono quelle che generano più ostacoli ed intoppi.

    Io sono convinto che entro veramente poco tempo, quella che io chiamo #ItalianStartupRevolution, diventi realmente La rivoluzione che sarà una spinta nuova all’Italia.

    • webpointzero

      Grazie a te, Fabio, per l’intervento.

      La speranza è quella di tutti noi, perché il mondo startup sussistono un numero elevatissimo di elementi fondamentali per il futuro del Paese: nuove imprese, lavoro, ricambio generazionale, innovazione, green economy…

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